Durante gli anni '70 del secolo scorso la grotta subì alcuni danni ad opera di ignoti scavatori clandestini, in cerca di ossa d'orso o di manufatti preistorici. Viene poi riscoperto da Renato Bonfanti, Andrea Lamberti e Giuseppe Vicino. Quest’ultimo, nel 2006, lo segnala alla comunità scientifica.
La prima campagna di scavi si è svolta nell'estate del 2015, seguita da altre due campagne nelle estati del 2016 e del 2017, ad opera di un'équipe internazionale.
Il Comune di Erli e la Pro Loco hanno dato un importante e indispensabile supporto alle ricerche concedendo alcuni locali per il lavaggio e la prima catalogazione dei reperti.
L'importanza della grotta, al momento, è data dal fatto che sono stati rinvenuti manufatti che indicano la presenza sul sito degli ultimi uomini di Neandertal che abitarono la nostra regione; depositi stratificati con resti di questo tipo umano erano per altro noti, finora, solo in località più prossime alla costa, come ad esempio ai Balzi Rossi di Grimaldi (Ventimiglia), o nel sito della Grotte du Lazaret, a Nizza (in Francia), e datati tra i 200.000 e i 40.000 anni fa da oggi. Nello specifico, la grotta, con le sue migliaia di reperti finora trovati (strumenti in pietra e resti di pasto), racconta appunto dell'estinzione dei neandertaliani, forse in seguito all'arrivo in Europa di una nuova umanità di origine africana ovvero del cosiddetto Uomo Anatomicamente Moderno (Homo sapiens) alla cui specie tutti noi apparteniamo.